Palazzo Magnani


Il signor Lorenzo Magnani, berretta un po’ sghemba in testa e mani strette dietro la schiena, se ne andava avanti e indietro, e ogni tanto si fermava a dare un’occhiata insoddisfatta, lungo quel tratto di strada San Donato su cui s’affacciavano portone e finestre delle sue case di famiglia. Quanto a famiglia, dal punto di vista economico non poteva di certo lamentarsi: la sua era probabilmente la più ricca di Bologna. Aveva terreni agricoli un po’ dappertutto, e fattorie, e coltivava canapa per far cordami e tele da vela per l’Arsenale di Venezia; e gelsi in lunghi filari, le cui foglie servivano a nutrire i grassi bachi da seta che gli fornivano pizzi e merletti e collari inamidati e scialli ricamati per le gentildonne al di qua e al di là delle Alpi, e vesti liturgiche di gran pregio per il clero vaticano. Ricchezza, quindi. Con la salute andava piuttosto male, però: sette figli se ne andavano uno in fila all’altro, e i medici dello Studio suggerivano salassi e pozioni del tutto inutili. Per di più, c’era quella continua umiliazione: da una settantina d’anni s’era dato di biacca allo stemma di famiglia, sulla spalliera del seggio ove si riuniva il Senato bolognese. I Magnani (e già il nome che portavano indicava un’origine umile; magnano significa fabbro, o maniscalco, o rivendugliolo di attrezzi in ferro, da secoli). È vero, certo, che i Magnani, fedeli sostenitori della potente famiglia dei Bentivoglio, erano divenuti senatori per un solo anno, fra il 1511 e il 1513, quando gli sgherri bentivoleschi erano rientrati a Bologna, dopo esserne stati ignominiosamente cacciati da papa Giulio II della Rovere. Ed è altrettanto vero che i loro uomini s’erano dati da fare per mettere a sacco il palazzo dei Marescalchi, sulla strada delle Barberie, per far vendetta della totale distruzione della splendida sede dei Bentivoglio, sulla via San Donato; poco più avanti dal luogo ove il signor Lorenzo Magnano quel giorno s’aggirava. E pensava: senatori no, almeno per il momento; ma ricchi come nessun altro certo che sì. Lo accompagnava, in quelle riflessioni, l’architetto Domenico Tibaldi e, a distanza, qualche suo carpentiere e scalpellino; più lontano, di fianco al portone, stavano immobili un paio di lacchè, in attesa di ordini.

L’architetto cercava di sgombrare ogni nube da quel cervello signorile, per affrettare l’inizio dei lavori. E gli faceva notare che, caso pressoché unico, il nuovo palazzo, contiguo alla chiesa benedettina di San Giacomo, la cui gemma era la cappella privata dei Bentivoglio, con tutti i loro ritratti dipinti da Lorenzo Costa, avrebbe avuto davanti un vasto spazio vuoto, una piazza: e infatti proprio lì, a filo della facciata, stava quel grande quadrato di terreno a gerbido, ove per secoli i benedettini avevano seppellito i confratelli; prima o poi, diceva il Tibaldi, qualcuno l’avrebbe lastricato per bene, e magari cinto di fittoni (come in effetti avvenne).

E si fece tutto in fretta. Firmati i contratti con i trasportatori di ghiaia, cemento e pietre da taglio, si eresse in mattoni di bella qualità, contornati da pietre lavorate a scalpello, la bella facciata, sormontata dallo stemma di famiglia. Che recava l’aquila nera bicipite al sommo d’un palo, ad ali spiegate. Su una lapide ovale Lorenzo Magnani, ancora privo di alcun titolo, fece scrivere orgogliosamente che il palazzo era stato iniziato e compiuto in soli due anni, fra il 1577 e l’89, per la comodità degli eredi e come ornamento della città.

Le murature, in effetti, erano finite; ma occorreva aggiungere i migliori ornati che gli artisti di Bologna potessero escogitare. Si continuò, in pratica, a lavorare fino alla scomparsa di Lorenzo Magnani, che spirò, soddisfatto, nel 1604. Nel frattempo il nuovo e dinamico papa, il francescano Sisto V, aveva aumentato da quaranta a cinquanta il numero dei componenti del Senato bolognese, concedendo l’agognata dignità senatoria a Lorenzo Magnani, che subito dopo diventò anche conte e marchese; anni di gloria per lo Stato pontificio: papa Sisto fece costruire, tradendo un poco il progetto michelangiolesco, la cupola di San Pietro, e per di più fece erigere, usando macchine per l’epoca assai complesse, il grande obelisco al centro di Piazza San Pietro.

Con tutta probabilità il grande e bellissimo fregio dei tre Carracci, che scorre lungo tutto il culmine della sala d’onore suona come omaggio a papa Sisto V, come ringraziamento per la concessione della dignità senatoria. La vicenda dipinta, come si sa, segue la storia mitica della nascita di Roma, fin dal primo suo inizio, che raffigura i due gemelli protetti e nutriti dalla lupa. E anche sul monumentale camino, disegnato ed eretto da Floriano Ambrosini, è raffigurata a fresco una delle più antiche feste della comunità latina, quella dei Lupercali. Così come, ai lati del camino, si ergono le candide statue in stucco (ad imitazione dell’introvabile marmo, nel nostro Appennino) di Marte e Minerva, fra le divinità protettrici della nuova città.

Lo scultore, assai probabilmente scelto dagli stessi Carracci, fu Gabriele Fiorini: a lui si deve anche il bel busto di Lorenzo Magnani, pure in stucco, che sormonta la porta d’ingresso del salone carraccesco. Come pure di altri busti all’antica al di sopra delle porte nella loggia; e soprattutto della grande statua di Ercole-Pan posta nella nicchia in fondo al cortile. Con buona probabilità, com’è stato scritto, la testa della antica divinità (ispirata ad una scultura allora nella raccolta del grande scienziato bolognese Ulisse Aldrovandi) ripete le fattezze del senatore Magnani. E si spiegherebbe così la presenza, ai suoi piedi, di due fanciulli, uno in primo piano e l’altro seminascosto; sarebbero, rispettivamente, un figlio legittimo del senatore, che nasconde un figlio illegittimo, in seguito però riconosciuto.

Infine, sarebbe bene citare i quattro affreschi (citati dal Malvasia e riferiti a Ludovico e Agostino Carracci) già sui camini del Palazzo Magnani, e poi venduti nel 1810, staccandolo dal muro a massello, e oggi conservati e visibili in Palazzo Segni, in Strada Maggiore 23, sede dell’Associazione Commercianti.


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