Il fregio dei Carracci narrato dalla voce del curatore della collezione antica, Marco Riccòmini



I Carracci


Tra i nuovi senatori che il papa Sisto V nominò nel 1590 c’era finalmente anche il bolognese Lorenzo Magnani. L’agognato premio era da qualche tempo nell’aria e quello che era forse l’uomo più ricco di Bologna già da qualche anno aveva deciso di costruirsi un palazzo che non avesse nulla da invidiare a quelli romani. Come mostra di obbedienza al pontefice, scelse di far decorare il salone al piano nobile con storie della fondazione di Roma. Fedele alla lettera al testo di Plutarco (che a sua volta attinge alla fiaba narrata da Tito Livio), il racconto si snoda in quattordici riquadri, come nella sequenza di un fumetto, a cominciare dal ritrovamento dei gemelli Romolo e Remo lungo il corso dell’Aniene. Per la decorazione il neo eletto senatore decise di affidarsi all’estro di quei tre Incamminati che già si erano distinti nel palazzo dei Fava, capaci di mischiare il sacro col profano, il basso con l’alto – il Mangiafagioli, le Macellerie, le caricature – ai temi più aulici dei miti e delle storie antiche. Ossia ad Agostino, Annibale e Ludovico Carracci. Qualcuno di nuovo, e che avesse la vita e lo sguardo davanti. Che fosse capace di sorridere, senza prendersi troppo sul serio, sebbene serissimi fossero i loro studi e serissima la qualità della loro arte. La critica moderna ha provato un distinguo delle mani, non senza dividersi. Ma quando i contemporanei chiedevano a quei tre chi di loro avesse fatto cosa essi rispondevano in coro: «ella è de’ Carracci, l’abbiamo fatta tutti noi».


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